I Classici della Letteratura Antica
Regina Mab da Romeo e Giulietta di William Shakespeare

ATTO PRIMO-SCENA IV - Verona, una strada
Entrano Romeo, Mercuzio, Benvolio con altri cinque o sei,
tutti mascherati, alcuni con torce. ROMEO è mascherato da pellegrino
ROMEO - Allora, s’ha da far questo discorso
di scuse, o s’entra senza chieder scusa?
BENVOLIO - Certe prolissità son fuori moda.
Non c’è nessun Cupido in mezzo a noi,
con sciarpa a mo’ di benda agli occhi ed arco
di legno tinto alla maniera tartara
da mettere paura alle signore
come se fosse uno spaventapasseri;
né noi si vuole entrare recitando
timidamente, col suggeritore,
un prologo mandato appena a mente.
Usino pure, a giudicar di noi,
la misura che farà lor più comodo;
noi ci limiteremo a misurare
quattro passi di danza, e ce ne andiamo.
ROMEO - A me date una torcia, niente danze:
non son fatto per simili volteggi.
Col buio dentro, porto almeno un lume.
MERCUZIO - No, no, devi ballare, caro mio.
ROMEO - Ah, questo no, credetemi, non posso.
Voi avete scarpini adatti al ballo
dotati di solette leggerissime;
io porto invece un’anima di piombo
che mi tiene così inchiodato a terra,
da impedirmi di fare alcuna mossa.
MERCUZIO - Dal momento che sei innamorato,
fatti prestare l’ali da Cupido,
e vola sopra la comune altezza.
ROMEO - Le ferite prodotte dal suo strale
sono troppo impietose per librarmi
a volo sulle sue penne leggere;
e mi trovo sì stretto dai suoi lacci,
da non poter levarmi un solo palmo
al disopra del mio male d’amore:
e affondo sotto il suo grave fardello.
MERCUZIO - Però per annegarti nell’amore
dovresti caricarlo del tuo peso:
un po’ troppo, direi,
per una coserella tanto tenera.
ROMEO - Che! L’amore una coserella tenera?
Più ruvida, più aspra, più violenta
non ce n’è alcuna… E punge come spina.
MERCUZIO - Se l’amore è sì ruvido con te
siilo tu altrettanto con l’amore,
e rendigli puntura per puntura:
alla fine vedrai che l’avrai vinta…
Basta, datemi adesso un qualche astuccio
dove poter nascondere la faccia.
(Mettendosi la maschera)
Ecco: una maschera su un’altra maschera.
Che importa adesso se un occhio indiscreto
scopre che sono brutto? Sul mio viso
c’è questo brutto ceffo ringrugnito
che arrossirà per me.
BENVOLIO - Su, bussa ed entra;
e appena dentro, forza con le gambe.
ROMEO - Allora me la date questa torcia?
Lascio agli spensierati gingilloni
di titillare coi loro calcagni
le insensibili stuoie; quanto a me,
mi sto col vecchio proverbio del nonno:
“Reggo il moccolo e me ne sto a guardare;
“la selvaggina mai fu così bella,
“ma la caccia per me è ormai finita”.
MERCUZIO - Toh, sentitelo! “Il sorcio s’è infognato”,
come direbbe il capo degli sbirri.
Ma se pure ti fossi impantanato
fino agli orecchi, penseremo noi
a trarti fuori da cotesta melma,
o, a dirla con rispetto, dall’amore.
Andiamo, decidiamoci, se no,
queste torce faranno luce al giorno.
ROMEO - Esagerato!
MERCUZIO - Esagerato un corno!
Dico che a stare a traccheggiar qui fuori,
noi sprechiamo le luci delle fiaccole
come a tenerle accese in pieno giorno.
Cerca di prendere nel senso buono
quel che diciamo, ché il pensare nostro
ha fatto stanza almeno cinque volte
nella buona intenzione di noi tutti,
prima di star per una volta sola
in ciascuno dei nostri cinque sensi.
ROMEO - L’intenzione d’andare a questa festa
è buona, ma non è da senno andarci.
MERCUZIO - E perché mai?
ROMEO - Stanotte ho fatto un sogno.
MERCUZIO – Anch’io.
ROMEO - Davvero. E che cosa hai sognato?
MERCUZIO - Che quei che sognano spesso soggiacciono…
ROMEO - Che soggiacciono! Giacciono. A dormire.
Sognando cose vere.
MERCUZIO - Ah, ho capito:
da te c’è stata la regina Mab.
ROMEO - Regina Mab? Chi diavolo è costei?
MERCUZIO - La mammana del regno delle fate;
e si presenta sempre in una forma
non più grossa d’una pietruzza d’agata
al dito indice di un assessore;
viaggia su un equipaggio trainato
da una muta di piccoli esserini,
e si posa sul naso di chi dorme;
i raggi delle ruote di quel traino
sono formati da zampe di ragno,
il mantice dall’ali di locuste,
le briglie da sottili filamenti
d’esili ragnatele; i pettorali
dai rugiadosi raggi della luna;
la frusta ha il manico d’osso di grillo
e la sferza d’un filo sottilissimo;
il cocchiere, a cassetta, è un moscerino
tutto grigio-vestito, non più grande
della metà d’uno di quei vermetti
che si tolgono fuori con lo spillo
dal dito d’una pigra fanciulletta;
il cocchio è un guscio cavo di nocciola
lavorato così da uno scoiattolo
falegname o da qualche vecchio tarlo;
son essi i carrozzieri delle fate
l’uno e l’altro, da tempo immemorabile.
In questo arnese, Mab va cavalcando,
la notte, pei cervelli degli amanti,
e allora questi sognano d’amore;
o per le rotule dei cortigiani
che sognan subito salamelecchi;
o sulle dita d’uomini di legge
che sognan subito laute parcelle;
talvolta sulle labbra delle dame,
e queste sognano d’esser baciate,
e spesso sulle loro labbra Mab
irritata dai loro fiati guasti
pei troppi dolci, lascia delle pustole.
Talvolta anche galoppa su pel naso
d’un sollecitatore di favori
a pagamento, e quello, allora, in sogno,
sente l’odore d’una petizione;
talvolta va a solleticare il naso
col crine d’un porcello della decima,
ad un prevosto e quello allora sogna
un altro benefizio parrocchiale.
Talora passa con il suo equipaggio
sul collo d’un soldato militare,
e allora questi sogna a tutto spiano
di tagliar gargarozzi di nemici,
brecce, imboscate, lame di Toledo,
brindisi con bicchieri senza fondo;
poi, d’improvviso, gli rulla all’orecchio
il tamburo e lui salta su di botto,
si sveglia, e dopo avere smoccolato
per la paura un paio di bestemmie,
se ne ricade giù, morto di sonno.
È quella stessa Mab che nella notte
intreccia le criniere dei cavalli
e fa dei loro crini sbarruffati,
unti e bisunti, dei magici nodi
che a districarli portano disgrazia.
È lei la maga che quando le vergini
giacciono a letto con la pancia all’aria,
le preme perché imparino a “portare”
e le fa donne di “buon portamento”.
È lei che…
ROMEO - Basta, via, Mercuzio, basta!
Stai parlando del nulla!
MERCUZIO - Sì, di sogni,
che sono i figli d’un cervello pigro,
fatti solo di vana fantasia,
che sono inconsistenti come l’aria,
più incostanti del vento, che ora scherza
col grembo gelido del settentrione,
ed ora, all’improvviso, in tutta furia,
se ne va via sbuffando e volge il volto
alle stillanti rugiade del sud.
BENVOLIO - Ho paura che il sogno di cui parli
ci stia soffiando fuori di noi stessi:
perché la cena dev’esser finita,
e noi arriveremo troppo tardi.
ROMEO - Temo invece che sarà troppo presto;
perché il mio spirito mi fa presago
di eventi ancor sospesi nelle stelle
che avranno il lor funesto appuntamento
in questa festa, e segneranno il termine
d’una vita spregiata, com’è quella
ch’io chiudo in petto, e che un crudel destino
sembra aver condannato fin da ora
ad immatura ed impietosa morte.
Ma Colui che governa la mia rotta
da nocchiero, diriga la mia vela.
Avanti, allegramente!
BENVOLIO - Via il tamburo!
(Escono)

