I miti gli eroi e le leggende del passato

La storia di Savitri di Swami Vivekananda

Stampa
Scritto da Francesco

C'era una volta un re chiamato Asvapati, il quale aveva una figlia di una bellezza superlativa alla quale diedero il nome di Savitri, lo stesso nome di una sacra orazione.

Quando la ragazza raggiunse l'età da marito, suo padre la pregò di scegliersi un marito secondo la sua volontà, poiché nell'India pre-Vedica,era ancora sconosciuta tra le case regnanti la ragione di Stato e le principesse erano libere di seguire i loro sentimenti.

Savitri seguendo il consiglio di suo padre partì per un lungo viaggio. La carrozza reale scortata dai migliori rappresentanti della nobiltà cittadina si fermò in visita a varie corti vicine spingendosi fino ai regni più remoti ma non incontrò nessun principe in grado di farle palpitare il cuore.

Accadde che la carovana si trovò a passare nei pressi di un eremitaggio situato in in bosco nell'India antica, in cui era proibita la caccia; gli animali che vi abitavano avevano perso il naturale timore nei confronti dell'uomo e perfino i pesci del lago salivano in superficie per mangiare le briciole dalle mani dell'uomo.

In quel bosco da migliaia di anni non si ammazzava nessuno; i saggi e gli anziani disgustati dal mondo si ritiravano lì per godere della compagnia dei cervi e degli uccelli, consegnandosi alla meditazione e agli esercizi spirituali per il resto della vita.

Tra costoro c'era un re chiamato Dyumatsena, ormai vecchio e cieco, dopo essere stato vinto e detronizzato dai suoi nemici si era rifugiato nel bosco con la regina sua sposa e suo figlio, il giovane Satyavan, e lì passava asceticamente la sua vita, in rigorosa penitenza.

Nell'India antica, era usanza che tutti i re e i principi, per potenti che fossero, nel passare davanti ad un eremitaggio di un uomo saggio e santo, ritiratosi dal mondo, si fermassero per tributargli gli omaggi; tale era il rispetto e la venerazione che i re portavano nei confronti degli Yogi e dei Rishis.

Il più potente monarca dell'India, infatti, si sentiva onorato quando poteva dimostrare la propria discendenza da uno Yogi o da un Rishi che aveva dimorato nei boschi, nutrendosi di frutta, radici e vestito di corteccia.

Così quando si approssimavano a cavallo in un eremitaggio, scendevano dalla loro cavalcatura e si dirigevano a piedi nel luogo dove viveva l'eremita. Se erano sui carri ed erano armati, prima di entrare nell'eremitaggio si spogliavano delle armi e delle insegne militari, perché nessuno poteva entrare in quel luogo sacro o Ashram, come erano chiamati, con le armi indosso, ma solo con atteggiamento sereno, pacifico e umile.

Fedele alle usanze, Savitri entrò nell'eremitaggio del bosco sacro e nel vedere Satyavan, figlio del detronizzato re eremita, si innamorò appassionatamente di lui. Solo il figlio del re detronizzato Dymatsena era riuscito a rubarle il cuore, proprio a lei che aveva disprezzato i principi di tutte le corti.

Quando la comitiva ritornò alla corte, il re Asvapati chiese alla figlia:

Dimmi, Savitri, cara figliola, hai trovato qualcuno degno di essere il tuo sposo?

Si, caro padre, rispose Savitri, arrossendo.

Qual'è il nome del principe?

Non è più principe, padre mio, è il figlio del re Dyumatsena, che ha perso il suo regno. Non possiede ricchezze e vive come un Sannyasi nel bosco, raccogliendo erbe e radici per nutrirsi e per mantenere i suoi vecchi genitori, con i quali vive in una capanna.

Udendo questo dalle labbra di sua figlia, il re Asvapati si consultò con il saggio Narada, che era li presente. Questi rispose che quella scelta comportava un presagio funesto per la principessa.

Il re chiese allora a Narada d spiegare il motivo di quella sua dichiarazione e lui rispose:

Da qui ad un anno morirà.

Terrorizzato da quel vaticinio, disse alla figlia:

Pensa, Savitri, che il giovane che hai scelto, morirà tra un anno e tu resterai vedova: Desisti da questo proposito, figlia mia, e non sposare un giovane dalla vita tanto corta.

Savitri , però rispose:

Non importa, padre mio. Non desidero sposarmi con un altro e sacrificare la castità della mia mente, perché nel mio pensiero e nel mio cuore amo il valente e virtuoso Satyavan e lo scelgo come sposo. Una donna sceglie una sola volta e giammai rompe la sua fedeltà.

Nel vederla così decisa, il padre si rassegnò alla volontà di Savitri che, si sposò con il principe Satyavan e tranquillamente lasciò il palazzo paterno per andare a vivere nella capanna del bosco, con l'eletto del suo cuore, aiutandolo nel sostentamento dei vecchi genitori.

Nonostante Savitri sapesse che suo marito sarebbe morto, custodì rigorosamente il segreto.

Ogni giorno Satyavan si addentava nel bosco per raccogliere frutta e fiori, per riunire fascine di legna; quando tornava alla capanna c'era la sua sposa che preparava i pasti.

Così passò il tempo, finché tre giorni prima della data funesta, la ragazza decise di passare tre giorni e tre notti nel completo digiuno e fervide preghiere, senza lasciar trasparire la sua angoscia e nascondendo le sue lacrime.

Quando giunse il giorno del triste presagio, Savitri non volle perdere di vista neanche per un istante, suo marito, e chiese e ottenne dai suoceri il permesso per accompagnarlo nella raccolta di erbe radici e frutta all'interno del bosco. Così fece.

Erano già in pieno bosco, quando con una voce flebile Satyavan si lamento, dicendo alla sua sposa:

Cara Savitri, mi sento stordito, i miei sensi sembrano svanire e il sonno mi invade. Lasciami riposare un poco al tuo fianco.

Tremante e spaventata, Savitri rispose:

Vieni, amore mio e reclina la testa sopra il mio collo.

Satyavan reclinò la testa nel collo della sua sposa e un'istante dopo esalò l'ultimo respiro.

Abbracciata al cadavere del marito, sciolta in lacrime, rimase l'infelice in quella solitudine, seduta per terra, finché giunsero gli emissari della morte per portar via l'anima di Satyavan.

Nessuno di loro tuttavia, poté avvicinarsi al posto dove stava Savitri con il cadavere di Satyavan, perché ardeva un circolo di fuoco che circondava quell'unione formata da una vivente e da un morto.

Per questo gli emissari tornarono al re Yama, il Dio della morte e gli spiegarono il perché non avevano con loro l'anima di Satyavan.

Yama, il dio della morte, il giudice dei morti, occupava quella posizione così divina, per essere stato il primo uomo a morire sulla terra e decideva se un mortale, meritava il premio o il castigo.

Yama decise di andare personalmente nel bosco, e siccome era un Dio, poté attraversare senza pericolo il cerchio di fuoco e avvicinarsi al posto dove era Savitri. Arrivato vicino a lei le disse:

Figlia mia, consegnami questo cadavere, perché tu sai che la morte è il destino di tutti i mortali e io sono stato il primo mortale a morire. Da allora in poi, tutto quello che vive dovrà morire. La morte è l'irrevocabile destino degli uomini.

Savitri lasciò il cadavere di suo marito e Yama prese la sua anima e con quella si allontanò; non era andato molto lontano, quando udì dei passi sopra le foglie secche. Nel voltarsi vide Savitri e con tenerezza paterna le disse:

Savitri figlia mia, perché mi segui? Questo è il destino di tutti i mortali.

Savitri rispose:

Non seguo te, mio signore, perché il destino di una moglie è andare dove lo conduce il suo amore; la legge eterna non separa l'amato sposo dalla sua fedele sposa.

 

Allora il Dio della morte disse:

Chiedimi la grazia che vuoi, escluso la vita di tuo marito:

Al che ella rispose:

Se desideri concedermi una grazia, o Dio della morte, ti chiedo di restituire la vista a mio suocero e che sia felice.

Yama replicò:

Si compia questo pietoso desiderio, oh figlia rispettosa.

Il re della morte continuò il suo cammino con l'anima di Satyavan. Quando udi nuovamente dei passi, si voltò e vide che Savitri lo seguiva ancora.

Savitri, figlia mia, ancora mi segui?

Si mio Signore; non posso farci nulla, anche se mi sforzo di retrocedere, la mente corre in cerca di mio marito e il corpo obbedisce. Hai l'anima di Satyavan e siccome la sua anima è anche la mia, il mio corpo l'accompagna.

Ti ringrazio per le tue parole o bella Savitri. Chiedimi un'altra grazia meno la vita di tu marito

Se ti degni di concedermi un'altra grazia, fai che il mio suocero recuperi il suo regno e le sue ricchezze.

Te lo concedo o figlia amorosa, ma torna indietro, perché nessun essere vivente può andare in compagnia di Yama.

E il re della morte riprese il suo cammino.

Savitri, però, insistette nel volerlo accompagnare e Yama girandosi le parlò:

Nobile Savitri, non mi seguire con il tuo dolore senza speranza.

Non ho rimedio se non andare li dove stai portando mio marito.

Supponi, Savitri che tuo marito sia stato un perverso e io lo stia portando all'inferno. Vorresti ancora accompagnarlo?

Andrei allegra ovunque lui si trovasse, caro nella vita, caro nella morte, sia in cielo sia all'inferno.

Benedette siano le tue parole, figlia mia! Mi hai commosso. Chiedimi un'altra grazia che non sia la vita di tuo marito.

Bene, giacché mi permetti di chiederla, vorrei che la stirpe di mio suocero non si estinguesse e che il suo regno venisse ereditato dal figlio di Satyavan.

Il re della morte sorrise e disse:

Figlia mia, il tuo desiderio sarà soddisfatto. Questa è l'anima di tuo marito. Egli tornerà a vivere e sarà il padre dei tuoi figli, che col tempo diventeranno dei re. Torna a casa. L'amore ha trionfato sulla morte

Mai donna alcuna amò quanto te e questa è la prova che neanche io, il Dio della morte, non posso nulla contro la forza di un vero e perseverante amore.

 

     

Copyright 2011 La storia di Savitri di Swami Vivekananda. Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Unported.
Templates Joomla 1.7 by Wordpress themes free

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy  Cookie Policy