Nel racconto di Swami Vivekananda, liberamente tratto dal “Libro della foresta” dell'Epopea del Mahabaratha, abbiamo fatto conoscenza con Yama, il Dio della Morte. Yama è una divinità molto importante, che spicca nel nutrito Pantheon delle divinità indiane. Yama, é il primo degli umani che nacque e morì, il primo ad andare nei cieli mostrando agli altri la via. Fu concepito insieme a sua sorella Yami da Vivasvant la Luce (Surya) e Sarangiu l'Aurora. Yama e Yami, il Giorno e la Notte sono quindi fratelli gemelli, mitici progenitori della razza umana. Nel decimo libro del Rig-Veda, Yami perdutamente innamorata di suo fratello, fa di tutto per congiungersi carnalmente con lui “... Gli immortali desiderano questo, un discendente di te, unico mortale; poni l'animo tuo nell'animo mio; entra come sposo nel corpo della sposa....” ma Yama può solo opporle un netto rifiuto, l'incesto é peccato. “...Ch'io non unisca il mio corpo con il tuo corpo; hanno chiamato colpevole colui che entra nella sorella...”. Questo passo sembra quasi voler simboleggiare il rifiuto della luce ad entrare nelle tenebre. Ma il Sole tramonta, il Sole muore per rinascere di nuovo all'alba, e morendo e resuscitando ci libera dalla morte. Muore per la salvezza degli altri, vittima che si immola di sua volontà, che muore e rinasce ogni giorno. Il suo nome ricorre frequentemente nelle cerimonie sacrificali degli Hindù. Oblazioni e invocazioni al suo nome sono parte integrante di molti cerimonie religiose. Egli è il reggente del Sud o mondo inferiore, nel quale gli Hindù collocano le regioni infernali. Yama é chiamato ugualmente Dharma-Radja o Dharma-Deva, Re o Dio della Giustizia, gli altri nomi sono Pitripati, Signore dei Manes o patriarca e Sraddha-Deva, Dio delle offerte funebre, (Sraddha é la cerimonia delle oblazioni offerte in onore degli antepassati). Altri nomi di Yama sono Kala, il Tempo e Mrityu, la Morte, che non sono altro che alcune delle sfaccettature presentate dalla personalità di Yama stesso. Yama o Dio di Naraka, l'Inferno é colui che giudica i morti, dispensando di volta in volta il castigo o la ricompensa per i mortali; così una volta giunti al suo cospetto, secondo la condotta e le opere compiute durante la vita mortale, le anime dei buoni vengono inviate al cielo (Swarga) e quelle dei cattivi e dei perversi nei diversi luoghi di castigo ed espiazione.
Nel suo operato di giudice supremo, è coadiuvato da Kitra-Gupta, una sorta di cancelliere celeste, che conserva la memoria dell'operato di ciascun mortale e le presenta come prova giudiziale davanti al tribunale stesso.
Il palazzo dove risiede Yama, si chiama Yamapur, equidistante dall'Inferno e dal Paradiso. Vive nel suo palazzo circondato dai Nagas o semi-dei, di aspetto umano e coda di serpente, che hanno come re il serpente Adisseken o Vasuki, e dai Sarpas o serpenti, Dei di ordine inferiori ai primi.
Nonostante Yama sia un essere immortale, pagò a sua volta un pesante tributo alla Morte.
Un famoso penitente, dopo aver trascorso tutta la sua vita nella austerità più dura e nella pratica delle opere meritorie, nonostante la sua grande pietà, fu preso dal più grande sconforto, arrivando al punto di dubitare della bontà degli Dei. Invano aveva indirizzato ogni pratica devota e ogni preghiera a Shiva, la divinità oggetto della sua devozione particolare, affinché gli concedesse la grazia di diventare padre: il Dio sembrava sordo ad ogni tipo di supplica, fino al giorno in cui si decise finalmente a concedergli la tanto desiderata grazia. Ma per castigarlo del dubbio che si era affacciato nel suo cuore, Shiva pose una condizione durissima .”Scegli, gli disse Shiva, io ti concederò molti figli che godranno di una lunga esistenza, però saranno esseri malvagi, oppure se preferisci, te ne concederò uno solo, buono e virtuoso; però sarà preso dalla Morte quando compirà i sedici anni”. L'alternativa era crudele. Nonostante tutto, per quanto dure fossero le condizioni, il penitente preferì avere un solo figlio, degno di se stesso e degli Dei. Shiva mantenne la sua promessa, la moglie del penitente, trascorso il termine, diede alla luce un figlio che fu chiamato Markananda. Il ragazzo più cresceva, più le sue virtù aumentavano in proporzione. In breve divenne un modello di sapienza e di pietà. Suo padre era onorato e orgoglioso di avere un figlio dotato di così grande perfezione; però il dolore era il sentimento che già dal momento del concepimento albergava nel suo cuore di padre, sapendo che ben presto la morte li avrebbe separati. Gli anni passavano velocemente e già si approssimava il momento fatale della separazione, Markananda stava per entrare nel sedicesimo anno della sua vita, l'ultimo della sua breve esistenza.
Arrivato il momento, Yama inviò i suoi emissari sulla terra per reclamare l'anima della vittima designata. Giunti davanti al giovane Markananda gli spiegarono il perché della loro missione, invitandolo a seguirli. Il giovane, innamorato della vita, come c'era da spettarsi, si rifiutò di seguirli nonostante la sua grande pietà e devozione. Yama, venuto a conoscenza dell'oltraggio subito dai suoi inviati, decise di presentarsi personalmente per costringere Markananda all'obbedienza. Tutte le sue parole rimasero senza effetto. Quando Yama esasperato, decise di ricorrere alla forza per costringere Markananda alla resa, questi terrorizzato riusci a divincolarsi, rifugiandosi nei pressi di un luogo di culto in onore del Dio Shiva. Qui, Markananda, abbracciato al lingam del Dio invocò il suo aiuto. Il ragazzo, si sentiva al sicuro, protetto dal potente Shiva, ma Yama, sempre più irritato, passo la corda attorno al collo della sua vittima per condurlo verso l'abisso, ignorando l'immagine sacra di Shiva. Shiva si adirò moltissimo per la profanazione operata da Yama. Apparve all'improvviso scagliandosi come una furia su Yama e gli tolse la vita. Questo insperato intervento di Shiva, non solo fu di aiuto a Markananda a cui fu risparmiato di morire in età così giovane, ma anche al resto dell'umanità, Da quel momento, infatti tutti gli uomini furono liberati dalla morte. Scomparvero le malattie, le epidemie e cessò perfino di esistere la vecchiaia con tutte le sue conseguenze. Quello che apparentemente sembrava un grosso vantaggio per l'uomo, non tardò a manifestare i suoi maggiori inconvenienti. La terra era piena fino all'inverosimile, e i mezzi di sostentamento si esaurirono presto, ovunque, perfino negli angoli più remoti, regnava la confusione e il disordine. Gli Dei che presidiavano il governo della Terra e dell'Universo, protestarono vivamente con Shiva per il cattivo esito dell'operazione, mostrandogli il miserevole stato dell'umanità che sopraffatta dalla disgrazia e dalla miseria, aveva dimenticato perfino il rispetto dovuto agli Dei immortali. Tutti furono d'accordo sul fatto che l'unico rimedio era di riportare Yama in vita e reintegrarlo alle sue funzioni primitive. Questa risoluzione fu presa all'unanimità e Yama riprese le redini del governo. Mandò sulla terra un suo emissario, affinché notificasse a tutti i vecchi, l'ordine di comparizione davanti al tribunale supremo. Però qualcosa non andò per il verso giusto, l'inviato si intrattenne a bere lungo la strada e giunse sulla terra con la testa obnubilata dai fumi dell'alcool e invece di compiere il suo mandato solo nei confronti dei vecchi (era il tempo trascorso dagli uomini sulla Terra a decidere il momento della morte), applicò gli ordini indistintamente a tutti gli uomini. Fu così che da quel momento in poi la Morte non rispettò più nessuno, indipendentemente dall'età.
In quest'altra storia, narrata dall'abate Dubois, vediamo di nuovo Yama, contrapposto a Shiva. Nella città di Varanasi, viveva un uomo appartenente alla casta dei boya, era cioè un cacciatore. Costui, piccolo di statura e di carnagione scura, era famoso per il suo carattere violento, un nonnulla era sufficiente a farlo montare su tutte le furie. In una giornata di caccia particolarmente fruttuosa, aveva cacciato un numero di uccelli in gran quantità, tanto che ad ogni passo doveva fermarsi per prendere fiato, tanto era il peso delle prede che si era caricato sulle spalle. Rallentato dal pesante fardello, l'oscurità lo sorprese nel folto di un bosco. Non volendo rinunciare al frutto del suo lavoro né tanto meno essere a sua volta preda di caccia delle bestie feroci che popolavano il bosco, decise di passare la notte su un albero di vepu (albero sacro a Shiva), appese i suoi carnieri ai rami dell'albero e si preparò a passare la notte in quella scomoda posizione. Ai piedi dell'albero vepu, era stato eretto un lingam in onore di Shiva. A causa dell'incomoda posizione, era costretto a muoversi di continuo, e accadde che muovendosi, caddero dai rami gocce di rugiada, foglie, fiori e frutti che finirono ai piedi del lingam (simbolo fallico eretto in onore di Shiva e che rappresenta Shiva stesso). Questo evento del tutto fortuito, fu gradito oltremodo da Shiva il quale ringraziò il cacciatore concedendogli il perdono di tutti i suoi peccati.
Quando venne il giorno, il cacciatore fece ritorno presso la propria capanna, dove poco dopo morì.
Appena Yama, il Signore dell'Inferno, seppe della morte di quell'uomo, mandò i suoi emissari a prenderlo. Già si preparava ad esercitare la sua funzione di giudice, quando vide tornare i suoi emissari contusi e pieni di vergogna; anche Shiva, saputo della morte del suo devoto aveva inviato i suoi emissari per portarlo da lui. Ne era nata una disputa feroce. Gli emissari di Yama erano stati sconfitti e castigati con severità. Indignato Yama si recò immediatamente al Kailash per presentare le sue rimostranze a Shiva in persona. Giunto alla soglia del palazzo trovò Nandi, il suo primo ministro al quale manifestò il motivo di quella visita inaspettata e soprattutto lo stupore per il fatto che Shiva avesse preso sotto la sua protezione un vile cacciatore che con la sua professione era stato causa della morte di migliaia di esseri animati.
Re dell'Inferno, gli rispose Nandi, quest'uomo è stato in effetti un grande peccatore, un uomo che senza provare il benché minimo rimorso ha sparso sangue; però prima di morire ha digiunato, ha vegliato e ha offerto sacrifici al lingam nella notte dedicata a Shiva. Per questi atti meritori ha avuto il perdono dei suoi peccati, la protezione di questo Dio e un posto di riguardo nel Kailash. Udendo queste parole, Yama dapprima ci pensò su, poi ritenendosi soddisfatto rientrò nel Yamapur.
E' questa la leggenda nata intorno ad una festa che fu chiamata Shiva-vatry o la notte di Shiva. Per ricordare questo avvenimento, i devoti di Shiva, passavano quella notte e il giorno che l'aveva preceduta, digiunando e vegliando, occupandosi solo nell'innalzare le lodi a Shiva facendo sacrifici e lasciando cadere sul lingam come neve, le foglie amare dell'albero vepu, foglie che usavano consumare dopo l'offerta devozionale.
Nei sette Patalas o globi inferiori, sono distribuiti i ventuno Narakas o Inferi. Questi sono il Tamisra e l'Andhatamisra, luoghi delle tenebre; il Mahororava e il Rorava, il regno delle lacrime; il Naraka propriamente detto; il Kalasutra; il Mahanaraka; il Sadjivana; il Mahaviki, fiume dell'onda nera; il Tapana o Sampratapana, casa del dolore e della sofferenza; il Sambhata; il Sakakola; il Kudmala; il Putimritika, luogo pestilenziale; il Lohasanku, pieno di frecce acuminate; il Ridjika, luogo dove i malvagi sono abbrustoliti a fuoco lento; il Panthana; il fiume Salmali; l'Asipatravana o bosco dalle foglie acuminate come spade e infine il Lohadaraka. Al centro della regione infernale é situato Yamapur, il luogo dove Yama risiede e dove esercita il suo ufficio di giudice supremo. La Terra é separata da questo vasto regno da un fiume di fuoco chiamato Vakarani. Guadarlo é un impresa difficile e dolorosa. Per attraversarlo senza pericolo, nel momento del trapasso, se é stata fatta l'offerta di denaro e di una vacca, la vacca si presenta alla riva del fiume dove l'anima del defunto é pronta per attraversare, si attacca alla coda e si trova così trasportato all'altra sponda. Le anime che non hanno preso questa precauzione, non guadano il fiume e per quattro ore e quaranta minuti, devono sottostare al supplizio di fiamme divoratrici. Nel momento in cui l'anima giunge alle soglie dell'impero di Yama, si presenta davanti al tribunale per essere sottoposto al giudizio di quel Dio, il cui solo aspetto, riesce a colmarla di terrore. A lato del terribile giudice, é seduto Kitra-Gupta, che svolge la sua funzione di cancelliere del Inferno. Apre il suo registro, compilato scrupolosamente durante la vita terrena dell'anima sottoposta al giudizio. Se il numero delle opere buone sono maggiori rispetto a quelle cattive, l'anima é inviata allo Swarga, il paradiso, dove sarà ammessa. Se le opere malvagie sono superiori a quelle buone,Yama invia senza indugio l'anima rea all'inferno, colpevole di aver indugiato nel peccato e nelle cattive azioni per la durata di varie yuga a seconda dei peccati commessi. Krita-Gupta legge i capi d'imputazione a carico dell'anima rea, nel caso il colpevole esiga la prova dei fatti, Yama con un sorriso ironico, chiama i testimoni a discarico. Questi sono la terra, il giorno solare, il giorno lunare, la notte, la mattina e la sera e in conformità del giudizio di Yama il reo è scagliato negli Inferi dove soffrirà le pene in relazione alla gravità delle mancanze commesse. Coloro che non hanno eseguito le pratiche di pietà religiosa o che hanno infranto alcuni dei suoi precetti principali, sono sprofondati sopra grandi mucchi di armi taglienti, tante volte quanti sono i peli del corpo. Coloro che hanno oltraggiato l'opera o la parola dei Brahmani o altre persone di grande dignità sono condannati ad essere ridotti in pezzi minutissimi. Gli adulteri sono condannati ad abbracciare una statua coperta di acule di ferro pungenti. Il becco acuto dei corvi tormenta senza sosta quei padri di famiglia che non hanno ottemperato ai loro doveri nei confronti dei figli e mogli e che hanno abbandonato la famiglia per seguire altre velleità. Gli uomini malvagi che hanno sfidato gli uomini o ucciso taluni animali sono sprofondati in un dirupo dove saranno tormentati dalle bestie feroci. I rei di maltrattamento nei confronti di vecchi e bambini sono lanciati all'interno di forni ardente. Le anime dissolute dedite al piacere mercenario con cortigiane sono condannati a camminare sul suolo ricoperto di spine. I maldicenti e i calunniatori stesi sopra un letto di ferro incandescente sono obbligati ad alimentarsi con le immondizie. La falsa testimonianza è punita con l'ascensione dei versanti di una montagna irta di rocce acute. I voluttuosi e coloro che hanno mancato ai doveri compassionevoli verso i poveri e i meno fortunati sono rinchiusi all'interno di caverne incendiati e tritati come sotto le ruote del mulino e schiacciate dai piedi degli elefanti. Dopo che i colpevoli hanno soggiornato per una lunga serie di yuga nelle dimore infernali, sono condannati a passare per una lunga serie di trasmigrazioni per terminare con queste la totale espiazione delle loro colpe Le particelle sottili del corpo che hanno sofferto le pene infernali, mescolati agli elementi più grossolani formano materia e corpo nuovo capace di tornare al mondo. L'assassino di un Brahmano passa sotto il corpo di un cane, di un cinghiale, di un asino o di un cammello secondo la gravità del crimine commesso. Il Brahmano che ha bevuto liquori alcolici rinasce sotto forma di un insetto stercorario o di un uccello coprofago. Chi ha rubato metallo prezioso rinasce per mille volte sotto le spoglie di ragni, serpenti, camaleonti o di animali acquatici. Se ha rubato grano, sotto forma di ratto, se rame sotto forma di cigno. Il Brahmano che non ha compiuto i propri doveri, rinasce sotto forma di uno spirito chiamato Oulkamukha che si nutre solo del prorio vomito. Lo Ksatrya colpevole degli stessi reati, rinasce sotto forma di uno spirito chiamato Kataputana che si alimenta di cibo infetto e cadaveri in stato di putrefazione; il Vaisya in uno spirito chiamato Maitrakadjiyotika che si nutre di materia purulenta; il Sudra in un cattivo genio che si alimenta con pidocchi pulci, cimici e insetti simili. Generalmente gli atti criminali che vedono l'intervento del corpo prevedono la rinascita come creature immobili; le mancanze commesse con la parola, prevedono la rinascita sotto forma di un uccello o di un rapace; per i peccati di pensiero o desideri insani, la rinascita è sotto forma umana ma nella condizione più vile.